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Via Francigena
La via Francigena lungo la Val d’Orcia
Una impresa primaverile di Piedi Pellegrini ma sempre Felici
11 maggio 2007
Partiamo da Roma all’alba delle 9 circa, con due macchine e 10 paia di piedi.
Arriviamo a Abbadia S.Salvatore sull’Amiata verso le 11.30 dove, lasciate le auto, ci attende un pulmino che ci porta a Murlo, paese di partenza.
Di lì iniziamo il percorso sbagliando presto strada per segnaletica poco chiara. Ma ci mettiamo subito a mangiare e passa la paura. Costeggiamo l’Ombrone, giriamo intorno a quel che resta della antica Ferrovia e a quella ancora in funzione, passando su ponti di ferro che creano un poco di vertigine e entrando in vecchie gallerie buie dove si affonda nel fango (o sabbie mobili o forse altro), Attraversiamo campagne bellissime e solitarie. Incontriamo cavalli che ci vedono passare e ripassare davanti, per ripensamenti sul percorso. Una signora in macchina somigliante al suo mastino che continuava ad abbaiare, innervosito dalle nostre indecisioni, ci indica finalmente la retta via e sotto ad un solo caldo e estivo, passiamo meravigliose valli incontrando paesaggi giotteschi, filari di cipressi, casali bellissimi, campi ordinati e curati di vigne, come nella migliore pubblicistica del luogo.
Montalcino all’orizzonte, svetta sulla collina e pare un miraggio, giacchè si allontana sempre più al nostro sguardo per via di stradine a tornanti, non si capisce quanto azzeccate. I cartelli man mano danno i numeri a lotto e indicano kilometraggi sempre diversi: una volta 6, poi 9, poi 7. Ad un certo punto tagliamo per prati. Alle pendici di Montalcino, in località Montorsoli, degli arzilli vecchietti felici per l’approssimarsi della loro cena, ci indicano scorciatoie ridacchiando sul percorso che ancora ci aspetta. Alcuni gettano la spugna e si fanno venire a prendere da una vedetta che km prima, ottenuto un passaggio, era da tempo arrivata a destinazione. Altri indomiti eroi decidono di salire a piedi l’ultimo tratto particolarmente tosto, quasi in verticale, e in effetti arrivano esausti, assai provati, ma giustamente fieri. Si prende possesso dei rispettivi alloggi. Avremmo dovuto fare un venticinque km, ma tra una deviazione e un errore, sicuro si sono passati i 30 e i poveri piedi lo sanno. Per fortuna ci si consola subito recandosi al ristorante del Moro, dove si mangia assai bene e si beve ancor meglio quel rosso locale veramente notevole.
12 maggio
Sulla graziosa e elegante piazzetta di Montalcino, si fa colazione in cosmopoliti bar e le foto di rito. Poi si prende la strada per l’abbazia di S.Antimo, circa un 7 km e mezzo, tra strada asfaltata e sentieri.
I cartelli poco chiari, ma soprattutto l’interpretazione degli stessi a confronto con le cartine e non ultimo una certa confusione sulla scienza dell’ermeneutica e la differenza tra destra e sinistra propria dei Tempi, ci porta ancora una volta sulla strada sbagliata. Comunque alla fine si arriva alla bella Abbazia, dove, dopo breve sosta misticamente mangereccia, si riparte alla volta della stazione decadente di Monte Amiata che arriva dopo altri 5 km. Qui si decide saggiamente, sentiti i locali e vista anche la calura dell’ora di punta, di evitare un lungo pezzo di strada asfaltata fatto tutto di tornanti in salita e si prende un bus di linea che ci evita 4 km dandoci un gratuito passaggio. Poi si acchiappa una sterrata e ci si divide. Ritornati sull’alfastata alcuni prendono altro bus, altri, intrapresa altra scorciatoia interna, proseguono nel salire annaspando e quando si ricongiungono alla strada, ottengono un autostop solo da un giovane algerino lavoratore delle campagne locali. Il giovane cortese, gasato da suo rap arabo a tutta callara, prima li porta a casa propria, poi a fare benzina, quindi li accompagna socievole a Campiglia d’Orcia, tappa conclusiva. Qui ci si ricongiunge tutti al tavolino di un bar a bere birra, mangiucchiare e ragionar dell’Algeria con il giovanotto.
I paesi ci appaiono meno curati e ricchi e siamo già in una zona di confine tra il senese e il grossetano, dove la roccia e il ferro annunciano il vicino Amiata e induriscono il paesaggio. Alloggiamo in un simpatico e gradevole agriturismo ippico a qualche km fuori, messo su da un ex docente della Sapienza che ha deciso di trasferircisi con famiglia. Splendida vista sulla valle. Andiamo a mangiare in paese in un piccolo locale dove l’ ostessa è una vivace giovane polacca che ci schiaffa a mangiare all’aperto come fosse piena estate. Stanchi e indolenziti dal bel po’ di kilometri fatti, ci si scalda con buon vino e stuzzicose pietanze tutte curiosamente dedicate al teatro.
13 maggio
Dopo rapida e decisa consultazione, si delibera all’unanimità che pellegrini sì, ma non masochisti. Sicchè, considerato che la strada per tornare a Abbadia sarebbe quasi tutta asfaltata e assai lunga e che sono comparse nei piedi di alcuni, le vesciche proprie del viandante, si opta per i Bagni di S. Filippo che distano solo 7 km. Si fa una bella strada in parte anche sterrata e più panoramica e si giunge sotto le roccia bianca dove scende l’acqua sulfurea. Si cerca un postino tranquillo e ombreggiato tra le pozze e si sfoggiamo mutande e pigiami per immergersi in acque limpide ma alquanto freddine. Confortati anche dalla presenza di un marito con macchina che ci ha raggiunto la sera prima, e che permette di recuperare ugualmente le auto lasciate ad Abbadia, si fa primo pomeriggio e si riparte beati.